CANTO DI PIETRA

Luigi Scorrano

Chi arriva oggi nel Salento si lascia facilmente incantare dalla bellezza di un paesaggio troppo tardi scoperto anche dagli stessi salentini: coste piane, tratti pittoreschi di alture che s'impennano per un attimo verso il cielo a rendere più profonda e suggestiva l'ombra chiara nell'acqua battente alle scogliere, la variegata teoria di forme stese in dolcezze collinari o in asprezze rupestri; e dappertutto, a macchie, lo splendore di pinete o di boschetti d'essenze varie a rendere più attraente il contrasto con la roccia grigia o dorata, immersa nelle trepide coloriture dell'alba o nella sontuosità di indicibili tramonti; o, infine, la luce che sembra divorare uomini e cose e pare sia l'anima nascosta delle musiche di questa terra, della musica che esplode dal ritmo frenetico scandito dal battito dei tamburelli. Se il viaggiatore non è distratto da questo aspetto più 'facile' dei luoghi, si accorgerà facilmente che qui regina del paesaggio non è, genericamente, la terra, con la bellezza dei suoi olivi carichi del peso dei secoli e agguerriti a fronteggiare la forza, talvolta feroce, del sole, ma è la pietra: quella che giace ricoperta da uno strato modesto di terra coltivabile e quella pazientemente ordinata nei muretti a secco che segnano i confini dei campi o ben utilizzata, nelle caratteristiche costruzioni ora sparse ora agglomerate diffuse in tutto il territorio e dissimili per denominazioni e per caratteristiche strutturali.
La pietra alla quale, con curiosità e con attenzione acuta, oggi si guarda è quella che per secoli ha subito la trascuratezza dell'uomo, o è stata fatta oggetto di considerazione solo come materiale d'uso: la pietra che nella sua nudità racconta una storia segreta renitente, si direbbe, all'indagine dell'uomo. Pietra misteriosa, tagliata in forme elementari, disposta in figure di complessa lettura: la pietra dei dolmen e dei menhir, e quella delle specchie, qui solo  velocemente ricordata.
Dolmen e menhir sono affratellati sia nell'essere portatori di chiuse conoscenze millenarie, delle quali è difficile carpire i segreti, sia nell'esser accomunati – secondo una diffusa ipotesi – da una destinazione d'uso religioso.
Dei dolmen è accolta generalmente l'idea che fossero costruzioni funerarie, forse ricoperte da uno strato di terra che le piogge, nel tempo, avrebbero dilavato restituendo alla luce quel che alla luce era stato sottratto. Legati alla religione anche i menhir, con la loro verticalità e quasi con una forte tensione all'altezza, che ne fa grida di pietra incuneate nella volta celeste.
Videro queste costruzioni, che appartenevano alla loro storia ma non parlavano, attenti ricercatori di storia 'locale' e, in realtà, ostinati esploratori di un mondo ai loro tempi ancora sconosciuto. I menhir, o pietrefitte, attiravano la curiosità per la loro forma e la loro collocazione. Sulle loro facce, almeno su quelle di alcuni di essi, la storia aveva fatto capolino fornendo qualche informazione in più. La loro forma (un parallelepipedo piantato nel terreno, quasi in un nido di roccia) suscitava interrogativi: anche dei menhir si diede un'interpretazione che ne faceva dei monumenti funerari. Un elemento, certo, li accomunava: il loro mostrare, nelle facce più larghe, un orientamento E/W. Vari avevano su una delle facce una croce rozzamente tracciata: un segno, quasi, della  riconversione del simbolo pagano in simbolo cristiano. Idoli di una terra la cui maestà si manifestava in quel materiale utile e resistente, le pietre poterono essere adorate; da questo l'esigenza di dirottarne il significato cristianizzandole. A creare un stretta intesa tra uomo e pietra fu forse una sorta di affinità: tenace la pietra tenace l'uomo. E la pietra rispondeva docile alla mano dell'uomo che la tagliava, le dava una forma, le attribuiva un significato. La pietra fu sacra per tanti popoli; e metaforicamente (Pietro/pietra) fu consacrata come fondamento di salvezza nella piena investitura da Cristo data al fedele discepolo.
Di molti dolmen e menhir è certificata la scomparsa. Demolite, frantumate quelle pietre servirono a costituire materiale riutilizzabile per nuove costruzioni o andarono perdute in altri modi. La distruzione di molti di questi monumenti fu dovuta a ignoranza del loro valore testimoniale ma anche a calcolo di chi temeva che la loro presenza nei propri terreni potesse impedire una certa libertà nel realizzare nuove costruzioni. Quando si favoleggiava di tesori nascosti al piede di quelle pietre, la sorte di un monumento poteva risultare definitivamente decisa. Fa sorridere l'osservazione di Giuseppe Palumbo che tra le cause della demolizione di menhir considera anche quella che ad abbatterli possa essere stata la guida maldestra di autisti inesperti. Non lo sfiorava il sospetto che certi 'incidenti' potevano essere procurati.

Gli studiosi che capirono il valore di quegli antichi manufatti cercarono di richiamarvi intorno l'attenzione di coloro che erano preposti alla salvaguardia dei beni culturali. Spesso non furono ascoltati. Solo più tardi si cominciò a capire che cosa si poteva ricavare da quelle pietre fin allora mute e che, a mano a mano che si procedeva alla loro conoscenza, cominciavano a interpretare almeno un poco del loro misterioso discorso.
In questo sito c’è il racconto di un'avventura proprio alla scoperta delle antiche pietre, 'edite e inedite'. Grande l'emozione della ricerca. Si è trattato di superare grovigli di vegetazione intricata per poter vedere il tesoro che essi coprivano, di riconoscere reliquie lapidee da ricostituire, sentieri da ripercorrere avendo per meta appassionante il raggiungimento di ciò che spesso c'era ma restava nascosto e sconosciuto. Pazienza, costanza, un po' di spirito d'avventura, volontà di indicare quello che si può restituire alla nostra terra del suo lontanissimo passato, il riscatto di una memoria che ci appartiene e che spesso trascuriamo colpevolmente... c'è stato tutto questo nell'ostinato ricercare. Il racconto delle peripezie legate a questa esplorazione è, in queste pagine, esposto con la gioiosa speranza di un coinvolgimento di lettori ed appassionati alla ricerca di un passato smarrito sì in gran parte, ma non del tutto perduto.