Riflessioni sul megalitismo pugliese

Paolo Malagrinò

Il fenomeno megalitico in Puglia, pur studiato ed esaminato a partire dalla fine dell'Ottocento, rimane ancora prevalentemente un fenomeno interpretativo non avendo avuto l'archeologia la possibilità di recuperare un corredo paletnologico integro o comunque testimonianze significative in posizione stratigrafica in modo da fornire informazioni meno generiche circa l'età, la funzione o le funzioni, insomma un quadro storico-culturale meno evanescente di quello attuale. La stessa tipologia dei monumenti megalitici, sia i dolmen ma soprattutto i menhir, è ancora praticamente impossibile da inquadrare in un sistema di classificazione applicabile a tutte le aree europee interessate da tale fenomeno, prevalendo determinazioni e definizioni prettamente locali.
Già nel 1899 Luigi Pigorini, all'epoca tra i più noti antropologi, aveva ben inquadrato la difficoltà di individuare le caratteristiche e le funzioni di tali monumenti:

"Nella Terra d'Otranto, oltre ai dolmen dei quali ho dato un saggio, s’incontrano anche de' monoliti isolati, detti nel paese pietre fitte i quali, per la forma che hanno, mostrano notevoli analogie coi menhir. Lasciando impregiudicata la quistione dell'età cui risalgono, intorno alla quale nessun dato ci fornisce la tradizione locale, parmi utile di presentare la figura anche di qualcuno dei monoliti stessi, augurandomi che ulteriori e accurate ricerche provino se e quali relazioni esistano fra di essi e i monumenti precedentemente ricordati."

D'altronde il fenomeno megalitico ha avuto una vita lunga: oltre quattromila anni con una presenza in aree geograficamente varie e molto lontane tra loro al punto che appare quasi impossibile, nonostante i numerosi e diversificati tentativi, trovare criteri unitari di classificazione tipologica applicabili ai monumenti megalitici presenti nella Penisola Iberica, in Francia, nelle Isole Britanniche e nel resto d'Europa ma anche nell'Africa settentrionale, nel vicino ed estremo Oriente. Tutto questo nasce anche dal fatto che il megalitismo, pur nella sua specificità strutturale e culturale, non ha caratterizzato in maniera univoca un periodo, un'età, un popolo, una comunità o una area geografica ma si è inserito in vari contesti umani, senza sovrapporsi e senza annullare le caratteristiche paletnologiche già esistenti anzi sembra aver accolto, raccolto e mutuato elementi locali con i quali è stato in grado di convivere pacificamente. Il megalitismo, in definitiva, appare come un mondo che è stato capace di inserirsi per lungo tempo in altri mondi culturali con i quali si è integrato senza peraltro diventarne fattore caratterizzante. In alcuni casi la lunga durata dei tempi di edificazione - per Stonehenge si parla di circa duemila anni - ha prodotto modifiche, variazioni e trasformazioni in relazione ai cambiamenti culturali e cultuali che si sono succeduti inevitabilmente in un arco di tempo tanto lungo. A complicare ulteriormente le cose vi è anche la lunga persistenza nel tempo del megalitismo che in alcuni casi, anche in area pugliese, ha continuato a perdurare come fenomeno residuale, quand'anche in forme minori, quando ormai il momento del megalitismo era cessato. In tal modo viene interpretato, ad esempio, il piccolo dolmen Gurgulante di Melendugno. Il fenomeno megalitico rimane quindi nel mistero di una lunga stagione culturale e spirituale difficile da interpretare. La mancanza di riferimenti tipologici certi e le conseguenti interpretazioni prevalentemente personali e soggettive sono con lucidità registrate nei testi dei vari antiquari che si sono interessati a tali monumenti come testimonia il Pigorini:

"Non sarà peraltro possibile di arrivare a risultati che valgano a risolvere i problemi cui i monumenti stessi danno luogo, fino a che non si indirizzino le ricerche a scoprire qualcuno dei dolmen intatti, e ad esaminarne con diligenza il contenuto".

La letteratura archeologica inizia a registrare i monumenti megalitici in Puglia a partire dal 1867 con Luigi Maggiulli che riconosce come dolmen il monumento di Minervino di Lecce (Domen Scusi o di Minervino) e di cui darà notizia Cosimo De Giorgi nel 1879  dopo che nel 1871 L. Maggiulli praticamente aveva dato inizio alla letteratura sui megaliti cui seguiranno Pasquale Maggiulli e Mario Antimo Micalella nei primi anni del Novecento e tanti altri fino a Michele Gervasio, per limitarci agli Autori più frequentemente citati. Costoro iniziano il filone di studi sul megalitismo pugliese evidenziando una sorprendente ed inaspettata competenza, affrontano lo studio del megalitismo più con metodo storico che archeologico, metodo che tra l'altro era ancora da venire; si avventurano anche in analisi etimologiche in cui riversano i segni di una solida formazione storico-umanistica.

Rimane sostanzialmente senza una spiegazione sul come questi studiosi locali siano arrivati a riconoscere una tipologia megalitica, archeologicamente significativa, in pietre che esistevano da sempre. Cosa sappiamo degli studi di Maggiulli e Micalella, come erano a conoscenza del megalitismo che nei testi di storia era assente o quasi, come conoscevano la letteratura specifica dei tanti autori stranieri che citano spesso, sono tutte problematiche rimaste senza risposta.

Uno dei motivi per cui i monumenti megalitici sembrano affascinare è, probabilmente, anche la possibilità di interpretarli in vario modo. La mancanza di una documentazione archeologica probante e vincolante, specie per menhir, allineamenti e cromlech, consente la libera formulazione di interpretazioni molto personali, le più ampie: da quelle esoteriche a quelle extraterrestri, da quelle storico-archeologiche a quelle astronomiche. Tutte le ipotesi, sostenute da una ragionevole motivazione, hanno un loro diritto di esistenza e di libera accettazione o condivisione come pure di rifiuto totale o parziale. Ma è solo ed esclusivamente un criterio personale a far decidere in un senso o in un altro.

I monumenti megalitici pongono dei problemi sin dal Settecento, epoca in cui queste pietre vengono riconosciute come opera di popoli del passato. Non si parla ancora di preistoria che nel Settecento era praticamente sconosciuta e, come è ben noto dalla letteratura, vengono attribuiti all'opera dei Celti dando origine alla teoria celtomane, per certi versi ancor oggi esistente. La loro attribuzione ad una età preistorica in senso lato, e quindi la conseguente acquisizione di una importanza e di una dignità storico-culturale, si basa solo sulla dichiarazione di studiosi dell'Otto-Novecento, più o meno archeologi o storici locali o anche semplici dilettanti onestamente appassionati, su comparazioni tipologiche, tutte con una loro validità ma certamente non dimostrabili come vere né come sbagliate per cui rimane il problema o mistero.
Mentre in alcuni casi i dolmen, essendo in linea di massima delle tombe, hanno restituito parziali testimonianze, oltre che scheletriche anche oggettuali sotto forma di manufatti in ceramica o in metallo, le pietre erette, sia individualmente che in raggruppamenti vari, non hanno avuto il supporto della documentazione archeologica. L'archeologia è in grado di essere scienza quando gli oggetti rinvenuti, i reperti, sono in posizione stratigrafica. In questi casi l'archeologia, in particolare quella preistorica, è effettivamente in grado di definire uno specifico contesto temporale e culturale attraverso l'individuazione di varie componenti che vanno da quelle culturali (scheletri, oggetti) a quelli ambientali (condizioni climatiche, fauna, flora) e tante altre ancora.
Quando l'archeologia individua reperti al di fuori di un contesto capace di inquadrare il reperto stesso allora diventa difficile andare oltre il semplice oggetto. Possiamo fare un esempio ben noto: i Bronzi di Riace, due splendide statue, improvvisamente restituite dal mare, su cui gli archeologi e gli storici dell'età classica si sono avventurati in una lunga serie di teorie interpretative senza poter arrivare ad un risultato sostenibile. Rimangono due splendide statue di cui possiamo definire, sulla base della comparazione stilistica e di lavorazione, l'età approssimata ma non sappiamo il luogo di fabbricazione, chi sono i personaggi raffigurati, perché vennero create, dove vennero collocate, dove andavano e così via tutta una serie di domande rimaste senza risposte. Ma questo è solo un esempio.
Nel caso dei monumenti megalitici, in generale ci troviamo di fronte a questa situazione: una loro individuazione come monumenti preistorici è in prevalenza una definizione soltanto personale.
Nel Salento vi sono pietre sparse che per una serie di motivi possono essere interpretate come monumenti megalitici. Per lo più ci si rifà alla tradizione, alla tipologia, alla credibilità di quegli studiosi che li hanno descritti e riconosciuti come monumenti riconducibili alla fase del megalitismo. Ma l'uso di megaliti nel Salento è andato oltre la preistoria in quanto in età storica, tra Sei-Settecento, la pietà popolare ha portato alla costruzione di croci-menhir e colonne de lu Sanna. In entrambi i casi vi è stata una possibile riutilizzazione di pietre preistoriche, nate come menhir, ma anche la erezione di nuove pietre ispirandosi a tipologie riconducibili ai megaliti.
Negli ultimi decenni numerose sono state, specie nel Salento, le segnalazioni di scoperte di ulteriori monumenti megalitici o presunti tali. L'individuazione di nuovi megaliti, in particolare dei menhir, rimane comunque legata soltanto alla sensibilità e all'entusiasmo degli Autori che segnalano tali monumenti il cui riconoscimento come monumenti preistorici si basa praticamente solo su talune somiglianze esclusivamente tipologiche il che francamente non è sempre sufficiente per avere una qualche certezza che un manufatto sia del tardo neolitico. D'altronde anche gli Autori del passato, con tutto il rispetto loro dovuto, a volte non sembrano credibili; infatti sono segnalati come residui di menhir dei monconi di pietra di qualche decina di centimetri di altezza (Monte Tongolo ad es.) sia dal De Giorgi che dal Palumbo che non appaiono molto credibili in quanto oltre l'attribuzione dell'Autore non vi è null'altro se non la suggestione indotta dalla presenza dei numerosi dolmen che definiscono una facies a cultura megalitica.
Decisamente ancor meno credibili appaiono le recenti attribuzioni di menhir a pietre isolate di forma insolita ritrovate nella Daunia; in questo caso oltre che la tipologia anche l'estensione geografica del fenomeno megalitico porta a ritenere alquanto difficile che tali pietre possano essere in qualche modo riferibili al megalitismo.

Pubblicato su Umanesimo della Pietra - Riflessioni di Martina Franca, 2010.
Courtesy Paolo Malagrinò.