Il problema dei nomi

Paolo Malagrinò

I megaliti pugliesi, in particolare i dolmen, hanno avuto in maniera persistente, significativi problemi di identificazione a causa di una serie continua di confusione e sovrapposizione di nomi a cominciare dal dolmen di Leucaspide, già in territorio di Taranto mentre ora, con la  raggiunta autonomia, ricade nel territorio del comune di Statte.
Scoperto da Luigi Viola (1851-1924) e da questi definito dolmen di Leucaspide,  entrò nella letteratura specifica con la viaggiatrice inglese Janet Ross (1842-1927) sotto il titolo di Tavola dei Paladini.
La Ross, a tratti una avventuriera più che una viaggiatrice, dopo aver soggiornato a lungo nei paesi stranieri, approdò in Italia dopo il crack finanziario in cui era stato coinvolto il marito in Egitto. Dotata di spirito di avventura e con notevole senso pratico, dopo aver soggiornato un po' in Puglia, trovò sistemazione in Toscana dedicandosi alla scrittura e agli studi artistici. A Massafra fu ospite del senatore Lacaita, sir James Lacaita come lo definisce la Ross, e visitò, tra l’altro, il dolmen che ritenne di definirlo Tavola dei Paladini perché:

Anticamente su quella "Tavola" i Paladini imbandivano feste e banchetti, per celebrare le vittorie che riportavano sui Pagani; o almeno questo ripetono i contadini.

L'affermazione della Ross, come ho evidenziato in altra sede, non è proprio corrispondente al vero non essendoci alcun riscontro della presenza dei Paladini nel patrimonio culturale del mondo contadino; solo sul finire dell’Ottocento i Paladini entrarono a far parte della cultura popolare attraverso gli spettacoli pubblici del teatro dei pupi con una diffusione a livello popolare del mondo cavalleresco dei vari Orlando e Rinaldo; la Ross che conosceva i megaliti inglesi e francesi, dove in effetti molte denominazioni locali sono comprensibilmente legate ai cicli cavallereschi di Carlo Magno e di Re Artù, per analogia trasferì arbitrariamente le denominazioni anglo-francesi anche nelle nostre contrade.
Ugualmente priva di fondamento sembra essere l'interpretazione del toponimo Leucaspide:

S'andava a Leucaspide "il paese dei bianchi scudi" dove vuolsi accampasse una falange di guerrieri chiamati Leucaspidi, che combatterono sotto Pirro alla battaglia di Ausculum.

I Leucaspidi, secondo la tradizione classica, costituivano un corpo scelto della cavalleria della Taras magno-greca ma ormai scomparso all'epoca di Pirro. Secondo un'altra interpretazione il toponimo Leucaspide, in considerazione dell'andamento sinuoso della gravina, sembra poter alludere alla forma di un serpente, serpenti che, peraltro, erano presenti nella gravina in numero considerevole.Una ulteriore complicazione avvenne con il Palumbo il quale nel 1956 lo rinomina dolmen di San Giovanni dalla vicina torre colombaia e masseria omonima. Da quando Statte ha raggiunto l'autonomia, inoltre, nella divulgazione turistica è invalso l'uso di utilizzare anche la dizione dolmen di Statte: quattro nomi differenti per indicare lo stesso monumento non possono che ingenerare confusione: pensiamo alle citazioni in bibliografia.

Ancor più riccamente confusa la situazione del nome per il dolmen di Montalbano che proprio a causa della sovrapposizione di molteplici nomi intorno agli anni '70-'80 appare "riscoperto" numerose volte e ogni volta con un nome differente; così questo monumento oltre all'originario dolmen di Cisternino del Gervasio è conosciuto e citato come dolmen di Pescomarano, di Masseria Ottava, dell’Angelo, di Ostuni, di Fasano per arrivare alla ultima definizione ufficiale da parte del competente ministero come dolmen di Montalbano: in totale siamo a sette nomi, il che è decisamente troppo. E tutto questo non può che produrre inevitabile confusione con l’accavallarsi di tanti nomi per lo stesso monumento.

Ma al di là del pur importante problema delle denominazioni ancora più grave e contingente è il problema della conservazione dei monumenti megalitici, problema che non interessa solo le nostre regioni ma più in generale tutti questi tipi di monumenti, da noi come all’estero, oggi come nel passato quando già Cosimo De Giorgi e altri Autori segnalavano la necessità di conservare questi monumenti sia perché comunque hanno una loro importanza sia nella speranza che, crescendo le conoscenze, si possa arrivare ad avere migliori possibilità conoscitive e interpretative del fenomeno megalitico nella sua totalità. Ed in una periodica visita ho trovato, qualche anno addietro, proprio il dolmen di Montalbano fatto oggetto di atti di stupido vandalismo con distruzione di parte della lastra di copertura e delle lastre laterali.
Lo si chiami come si vuole ma il dolmen di Montalbano è un monumento di splendida fattura che pur tra tante vicissitudini nei suoi 4-5.000 anni di esistenza è giunto, se pur ormai incompleto, fino a noi che dovremmo avere la capacità e la sensibilità per poterlo apprezzare e conservare.

Pubblicato su Umanesimo della Pietra - Riflessioni di Martina Franca, 2010.
Courtesy Paolo Malagrinò.